Il 7 febbraio 2025, nella sede del CAI di Roma, abbiamo vissuto una serata indimenticabile. Luca Mazzoleni, storico rifugista del Gran Sasso, ha presentato il suo libro Chi apre serra. Una vita da rifugista al Gran Sasso, accompagnato dal documentario di Andrea Frenguelli che ne racconta l’esperienza.

Al suo fianco non poteva mancare Zen, il compagno fedele, silenzioso e attento, che condivide con lui non solo la vita in quota ma anche momenti come questo, fatti di incontri e racconti.

Luca non è nato “rifugista”. La sua storia parte da Roma, città dalla quale appena possibile fugge, spinto dal bisogno di muoversi all'aria aperta . È in questo scenario che da ragazzo scopre nelle lunghe estati trascorse sulle montagne della Valle D'Aosta e sulle Dolomiti, un rifugio interiore e un’alternativa a una quotidianità complicata. Con il Gruppo ESCAI e con una ristretta cerchia di amici, spesso armati soltanto di entusiasmo e curiosità, iniziava le sue scorribande sul Terminillo, sul Velino e sul Gran Sasso.
Non c’erano auto né mezzi propri: si partiva con i mezzi pubblici, raggiungendo a fatica i piedi della montagna, spesso con attrezzatura scarsa o nulla, improvvisando ciò che mancava. Vista oggi, era un’avventura al limite dell’incoscienza: dormire dove capitava, affrontare sentieri e condizioni non sempre adatte senza la consapevolezza né i mezzi adeguati. Rischi reali, che in giovane età venivano sottovalutati ma che, col tempo, si sono trasformati in lezioni preziose e hanno contribuito a forgiare la sua esperienza e la sua determinazione entrando, tra l'altro, a far parte del Soccorso Alpino.
Il legame con il Gran Sasso diventò presto indissolubile. A soli 18 anni, nel 1982, Luca Mazzoleni prese in gestione il Rifugio Duca degli Abruzzi, che in quel momento versava in pessime condizioni. Nessuno lo voleva, e fu proprio per questo che il CAI di Roma gli affidò la chiave: un gesto che cambiò per sempre la sua vita.

Per sei anni, fino al 1987, Luca si dedicò anima e corpo a far rivivere quella struttura, affrontando condizioni estreme e disagi impensabili.
Il rifugio era così malridotto che, quando si accendeva la stufa, il ghiaccio sul soffitto si scioglieva e per ore all’interno pioveva.
Con determinazione e sacrificio riuscì a trasformare quel luogo dimenticato in un punto di accoglienza, gettando le basi per la sua successiva, lunghissima esperienza al Rifugio Carlo Franchetti, a 2433 metri, dove ha trascorso oltre quarant’anni.

Qui Luca ha affrontato sfide che il libro racconta con sincerità: dai carichi di provviste di decine di chili portati a spalla, fino all’arrivo dei rifornimenti via elicottero (due volte a stagione estiva, e non di più).
Tra i compiti quotidiani, uno dei più emblematici era l’approvvigionamento dell’acqua dal Ghiacciaio del Calderone. Una missione faticosa e rischiosa: per raggiungere la sorgente era necessario arrampicarsi per tre metri, in equilibrio precario, ogni volta che serviva manutenzione o, a inizio stagione a giugno, era completamente sommersa dalla neve.

Un’immagine potente che racconta meglio di mille parole cosa significhi gestire un rifugio d’alta quota.
Accanto a Luca ci sono sempre stati amici e collaboratori validi e appassionati. Un piccolo gruppo che, con entusiasmo, ha condiviso sacrifici e responsabilità, trasformando il lavoro in una comunità solidale.
Il libro non nasconde nulla: racconta i terremoti del 2009 e del 2016, che hanno ferito profondamente la montagna e i rifugi, ma anche le difficoltà quotidiane meno epiche. Tra queste, le pretese a volte assurde dei pseudoescursionisti: richieste di comfort e servizi impossibili a quelle quote, che dimostrano quanto poco spesso si comprenda la durezza della vita in quota e l’impegno invisibile che sta dietro a un pasto caldo o a un letto disponibile.

Il titolo del libro racchiude il cuore della sua storia: “Chi apre serra” è un antico motto che invita alla responsabilità e alla cura. Significa non lasciare nulla al caso, custodire ciò che si apre perché appartiene anche a chi verrà dopo.

È una filosofia che Luca ha fatto sua e che trasmette a chiunque entri in contatto con lui e il rifugio Franchetti.
Chi apre serra non è solo un’autobiografia. È una testimonianza viva, che parla di coraggio, sacrificio e amore per la montagna.
È il racconto di un ragazzo romano, cresciuto tra difficoltà familiari e scorribande giovanili, che ha trovato nel Gran Sasso la sua casa e la sua missione. È un invito a guardare ai rifugi non come a semplici strutture ricettive, ma come a luoghi di custodia e di comunità, dove ogni gesto, anche il più semplice, assume un valore profondo.

È un libro che emoziona, che insegna e che restituisce dignità a un mestiere spesso invisibile. Un libro che ci ricorda che dietro ogni porta aperta, ogni piatto servito, ogni letto preparato in alta quota, c’è la passione e la fatica di chi ha scelto di vivere per gli altri e con la montagna.
